San Gigi a Trieste insieme al maestro Sgarbi

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San Gigi Buffon dopo aver parato il primo rigore assegnato dal VAR in Juventus-Cagliari si è spostato l’indomani a Trieste per la mostra di Vittorio Sgarbi.

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Fa effetto.

Il portierone in mezzo ai santi. E non ne è ha tirato giù nemmeno uno!

DaCapo.

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“Staremo tranquilli. A Fossano”

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Barcellona dopo la strage del 17 agosto – Foto di Targatocn.it

Scrivo per questa provincia (di Cuneo) da ormai tre anni. E più vado avanti più mi rendo conto di vivere – tutto sommato – in un oasi di pace e tranquillità. Cosa non per forza positiva, soprattutto se di mestiere devi aggiornare le prime pagine.

Vedo colleghi che lavorano su altri territori (nemmeno troppo lontani), leggo altri giornali nazionali, regionali o provinciali e ho sempre la sensazione che – giornalisticamente parlando – ci siano più stimoli altrove che non in questa terra “chiusa” tra monti e colline.

La provincia di Cuneo è la più estesa del Piemonte (chiamata per questo anche Granda), la quarta in Italia, la seconda per numero di comuni (250), ma solo dieci di questi superano i 10mila abitanti (e 139 sono sotto i mille). Se ci mettessimo tutti insieme riempiremo la sola città di Torino per 2/3.

Una grande distesa di terre alte e rotondeggianti colli dove in molti ironizzano sul fatto che non succeda mai niente. Si mangia e si beve e basta. E di fatto è così.

Eppure la Granda rappresenta un territorio strategico, fa da collante con la vicina Francia, da qui parte l’Occitania (e prosegue fino ai Pierenei), ha un passato storico importante dal Marchesato di Saluzzo alla resistenza partigiana, ha dato i natali a Silvio Pellico, al generale Dalla Chiesa, a Beppe Fenoglio, Nuto Revelli, Giorgio Bocca al “Necchi” di Amici Miei… e quanti ne sto dimenticando. Ha un tessuto economico trainato dalla piccola e media impresa nonostante colossi industriali qui hanno fatto la loro fortuna (Ferrero su tutte, ma anche Alstom, Maina, Balocco, Miroglio, Merlo, Cartiere Burgo…).

Nonostante il piattume sabaudo da basso Piemonte, negli anni in cui ho avuto modo di vivere da vicino questa terra, qualche fattaccio di cronaca nera, qualche “scandaluccio” provinciale lo abbiamo raccontato (ebbene sì, C’è del marcio anche in Granda).

E così scopri che anche nell’isola felice ospedali e strade sono lì in attesa di essere conclusi da vent’anni, che grandi opere sono state sequestrate per presunte inadempienze (scrivete su google “Tenda Bis”, “ospedale di Verduno”, “Asti-Cuneo”, e vedete cosa non vi esce).

Anche qui qualcosa scricchiola, anche qui qualcosa crolla.

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Viadotto di Fossano, crollato lo scorso 18 aprile – foto di Targatocn.it

Proprio ieri –  nel mio primo giorno di lavoro post ferie – mi è capitato di dare notizia di una famiglia di Fossano (una delle “sette sorelle” della provincia di Cuneo), coinvolta in qualche modo nella strage dello scorso 17 agosto a Barcellona (potete leggere la notizia QUI se vi fa piacere).

Una famiglia come tante. Anzi, oserei dire, il prototipo di nucleo famigliare cuneese. Con la casa al mare in Costa Azzurra e con un’attegiamento incline alla pacatezza, proprio di chi vive in una (presunta?) oasi di pace, di chi il frastuono preferisce lasciarselo alle spalle.  Proprio in Costa Azzurra e in particolare a Nizza i Tealdi erano soliti trascorrere le vacanze. Qui avevano una casa e – per caso – l’anno scorso avevano posticipato le ferie evitando di fatto la strage del 14 luglio sulla Promenade Des Anglais (che ha visto peraltro la dipartita di una donna cuneese).

Quest’anno – forse per fuggire proprio al “terrore francese” – avevano scelto Barcellona come meta della prima vacanza (“fuori Nizza”) della famiglia.

Nuovamente per un puro caso hanno evitato la strage della Rambla, ma Martina, la più piccola della famiglia è rimasta comunque travolta dalla folla in fuga nel mercato della Bouqueria. Per lei una frattura che guarirà in qualche giorno, ma il trauma di un’attentato su Martina, sulla sorella Asia come sui loro genitori rimarrà una ferita indelebile.

Chiedo ai genitori se questo episodio sarà un ostacolo per le prossime ferie, per le prossime uscite di famiglia.

Mi risponde Serena, la mamma ancora sotto shock: “Non credo faremo più viaggi. La paura che ho provato è tanta. Mi sento ancora adesso le persone che mi calpestano e non dormirò in pace per chissà quanto. Mi verrà difficile anche andare a un concerto. Staremo tranquilli a Fossano, nella nostra casa.”

Penso sia semplicistico affermare: “E ma così, non muovendosi, non viaggiando, non partecipando a eventi, manifestazioni, di fatto non vivendo facciamo il gioco del terrore, facciamo quello che loro vogliono.” Ma ammetto di averlo detto anche io molte volte quando sentivo affermazioni di questo tipo.

Penso che se non ti ci trovi – come la famiglia Tealdi – non puoi saperlo. Anche questo è semplicistico, me ne rendo conto.

E così il giudizio in questo caso, il mio, come quello di chiunque serve davvero a poco.

“Staremo tranquilli a Fossano”. Dove qualcosa scricchiola, qualcosa crolla. Ma perlomeno sai che i mostri non arriveranno. Come dar loro torto?

DaCapo.

 

 

 

Ho bisogno di spazio…

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Favignana – Punta Sottile. Dove sono stato Supertramp, ma ora basta…

 

Internet sarebbe l’agorà ideale, non fosse che tutti hanno qualcosa da dire… troppo velocemente. L’iper-democratizzazione mediatica di questo millennio mi spaventa. Siamo tutti influenzabili, tutto è veloce, tutto ci sconvolge e si appiattisce simultaneamente nell’arco di un post.

Si condividono momenti, storie come se le nostre vite fossero straordinarie e ogni momento irripetibile. Abbiamo tutti qualcosa da dire, ma davvero ne sentiamo il bisogno?

Siamo vulnerabili alle trasformazioni sociali, ostili alle nuove ondate di cambiamento, chiusi nei nostri orticelli ad alimentare il nostro pozzetto d’odio quotidiano che mascheriamo benissimo con selfie, foto di piatti prelibati, panorami che non sappiamo più accantonare nello scantinato dei  ricordi. Che non sappiamo più tenere per noi.

Lasciare il segno, per un attimo, è l’unica cosa che conta. Ma davvero ne sentiamo il bisogno?

Da buon nativo digitale anche io non so più tirarmi fuori da questo meccanismo che ormai ha preso come un’ondata anche chi nativo digitale non lo è (il fatto che tutti i nostri genitori o addirittura nonni siano fruitori quotidiani di internet rappresenta un cambio epocale di cui non possiamo non tenere conto).

Ne ho scritte di cazzate negli anni sui vari social network ancor prima di Facebook, forse più per autocompiacimento che per reale necessità di dire qualcosa. Forse perché il fatto di trovarmi in una vera agorà virtuale, che potessi in qualche modo farmi “sentire” attraverso il mio scrivere – manna dal cielo per uno non troppo avvezzo ai rapporti vis a vis – e che questo mio scrivere ad alcuni potesse piacere, generare dibattito, scaturire un sorriso mi rendeva orgoglioso. Orgoglio che con il tempo è diventato onanismo…

Da settimane non posto più niente sul mio profilo Facebook. Ho cancellato l’app dal telefono così da poter stare lontano – perlomeno nelle due settimane di ferie – dall’inutile scroll down sull’home page con immensa gioia di Nicoletta che – giustamente – rimprovera la mia dipendenza da smartphone.

Torno al quotidiano e, però, mi rendo conto di non poter essere il Supertramp di Into The Wild per sempre. Lavori per un giornale online, sei dentro il sistema internet, non puoi pensare di fare l’eremita digitale: sei e sarai fruitore, non puoi farne a meno. E poi perché tagliarsi le ali, perché smettere di scrivere per una “lotta al sistema”. Quale sistema poi? Quale lotta? Io che ancora mi allaccio le scarpe con il doppio fiocco perché il nodo tradizionale è troppo sbattimento?

Io voglio scrivere, ma ho bisogno di spazio, ho bisogno di silenzio. Così mentre si compie l’esodo dei blogger in virtù dei  social, io sul blog faccio il mio ingresso.

Non sono Supertramp e nemmeno voglio esserlo. Non sarà il mio scrivere a cambiare il mondo, io che ho letto tre, quattro libri in 26 anni. Non sarò costante,  non aggiungerò altro a quello che avete già letto altrove. Proseguirò con il mio cazzeggio, come ho sempre fatto e come mi piace fare.

Con la speranza di allontanarmi un pochino… dal caos.

E ricominciare…

DaCapo.